Cosa sapere in materia di lavoro

Tenuta dei libri paga e matricola

Assunzione, eterodirezione, benefit, parasubordinati, mobbing, fedeltà, mensa, welfare, cuneo, Jobs Act, tuta. Queste, secondo lo studio Guizzardi di Argelato sono le parole da considerare in materia di consulenza del lavoro. La nostra attività di consulenza per aziende di tutte le dimensioni comprende: l'assistenza fiscale per la compilazione dei Modelli 730, ISEE e RED; la selezione del personale; l'inquadramento aziendale ai fini previdenziali e assicurativi; infortuni sul lavoro e malattie professionali; ammortizzatori sociali; controversie di lavoro, mobbing e licenziamenti; analisi dei costi del personale dipendente e parasubordinato; aspettative e congedi parentali e tutto quanto riguarda le questioni fiscali e legali per aziende e lavoratori.

ASSUNZIONI

L’assunzione è un contratto grazie al quale una persona (fisica) diventa dipendente di un’altra persona (fisica o giuridica). Sembrerebbe quindi un evento triste, invece è un giorno lieto e festoso. Il contratto si chiama come il miracolo dell’Assunzione (festa 15 agosto di ogni anno) perché si verifica molto raramente, quasi mai senza un intervento soprannaturale.

BENEFIT

Il benefit, o meglio “fringe benefit”, è una sorta di compenso che viene dato ai lavoratori, ma che non rientra nel loro reddito tassato. Quando ancora si parlava in italiano il benefit si chiamava retribuzione in natura, i cui casi più classici erano rappresentati dalla mensa, dalla possibilità di utilizzare l’auto o il telefono aziendali per fini personali, ecc…
A volte c’erano delle segretarie che con la retribuzione in natura arrivavano molto in alto… ma questa è un’altra storia.
Il fisco è sempre molto attento a questi benefit: in passato era arrivato anche a mettere le tasse sul panettone di Natale. Poi siamo diventati tutti più adulti e queste bambinate il fisco non le fa più; ma la tentazione è sempre molto forte, quindi è meglio non eccedere con i benefit, meno che mai con le retribuzioni in natura.

CUNEO FISCALE

La locuzione “Cuneo fiscale” definisce la differenza che c’è fra il costo di un lavoratore e lo stipendio netto che questi si mette in tasca; più la differenza è ampia e più il cuneo è importante. Questa è una tipica definizione icastica (vedi vocabolario), che usa l’immagine triangolare del cuneo per rappresentare una sorta di allontanamento delle due grandezze (costo e stipendio netto), per effetto dei prelievi alla fonte. Ogni tanto il governo promette di attenuare il prelievo fiscale, per ridurre le dimensioni del cuneo fiscale. Finora ogni tentativo non ha dato molti esiti, ed il cuneo è rimasto sempre ben piantato nel solito posto. Ragion per cui quando si parla di cuneo fiscale c’è sempre qualcuno che si lamenta.

DILIGENZA

Diligenza è una parola di sapore antico, che suscita immagini romantiche e sfocate.

No, non stiamo parlando della carrozza a due o quattro cavalli per il trasporto dei passeggeri ottocenteschi. Stiamo parlando della cura e della sollecitudine con cui il bravo lavoratore deve fare il suo lavoro. Lo dice l’art. 2106 del codice civile: “Il prestatore di lavoro deve usare la diligenza richiesta dalla natura della prestazione dovuta”.

C’è anche un altro articolo del codice civile, che parla della diligenza con parole d’altri tempi: l’articolo 1176. Questo articolo comincia così: “Nell’adempiere l’obbligazione il debitore deve usare la diligenza del buon padre di famiglia”.

Queste norme di legge ci arrivano da un passato quasi gozzaniano, le mettiamo assieme alla gonna di crinoline e ai dagherrotipi.

Ma che cos’è la diligenza?

Ci sono tanti sinonimi che le volteggiano intorno: solerzia, attenzione, scrupolosità, premura, sollecitudine, zelo, accuratezza, precisione. Però nessuna di queste parole definisce perfettamente la diligenza, le sentiamo tutte inadeguate ad esprimere quella trepida ed efficace cura con cui la persona diligente si distingue dagli altri. Forse l’espressione più adatta ci viene dall’inglese “I care”, almeno per quello che questo motto rappresentava per il rettore della scuola di Barbiana.

Attingendo ad altri idiomi, ci soccorre per il concetto di diligenza, anche il dialetto bolognese, con la bellissima parola “Ùsta” che si trova scritta anche come “Òsta”.

Quindi quando facciamo un’assunzione, non dimentichiamoci di dire, o meglio scrivere nella lettera di assunzione, che fra i doveri del lavoratore pretendiamo anche che lavori con un po’ d’ùsta.

 

ETERODIREZIONE

L’Eterodirezione (che significa “comandato da altri”) è l’elemento principale del rapporto di lavoro dipendente. Si può dire che ne è l’elemento costitutivo e determinante, senza eterodirezione non può esistere un rapporto di lavoro dipendente.
Lo dice anche l’articolo 2094 del codice civile: “è prestatore di lavoro subordinato chi si obbliga mediante retribuzione a collaborare nell’impresa ….. sotto la direzione dell’imprenditore”.
Questo fatto lo conoscono bene gli ispettori del lavoro, che cercano ovunque di scovare un barlume di eterodirezione ogni volta che si imbattono in un collaboratore a progetto o in un altro lavoratore parasubordinato.
Quindi se viene un ispettore e vi chiede se il vostro collaboratore a progetto è eterodiretto, fate subito una faccia sdegnata, negate con forza l’esistenza di codesta eterodirezione e concludete pure con un bel: “eterodiretto sarà Lei”.

FEDELTÀ

La Fedeltà è uno dei due obblighi che vincolano i lavoratori dipendenti nel rapporto col loro datore di lavoro (l’altro obbligo è la diligenza: art. 2104 codice civile).

Sembra poco, ma se pensiamo al significato profondo del termine Fedeltà, dobbiamo invece convincerci che essere fedeli al datore di lavoro e alla sua azienda non è una virtù di poco conto. Del resto il cane, proprio per la sua fama di animale fedele, viene universalmente ritenuto il miglior amico dell’uomo. Quindi è ovvio che il dipendente fedele è il miglior amico del datore di lavoro.

In alcune fabbriche vecchio stampo il capo-officina viene anche soprannominato Fido.

In epoca moderna invece non è più di moda parlare di fedeltà, perché è un concetto troppo astratto. Si preferisce parlare di fidelizzazione, concetto molto più concreto e moderno che si identifica con le tecniche per conservare la fedeltà dei dipendenti. Queste tecniche consistono normalmente nell’aumentar loro lo stipendio.

Più concreto di così!

GRATIFICA NATALIZIA

La Gratifica Natalizia è più conosciuta come tredicesima mensilità, anzi tredicesima e basta.

È una retribuzione, pari di solito ad un mese di stipendio, che serve per comprare i regali di Natale.

Una delle più antiche fonti normative, istitutive della tredicesima, è il Concordato Interconfederale del 27 ottobre 1946, cosiddetto Concordato della “tregua salariale” (vedi).

Fu in questa legge che si coniarono i due nomi: tredicesima per gli impiegati, perché percepivano esattamente una doppia mensilità; gratifica natalizia per gli operai, che percepivano un importo corrispondente ad un certo numero di ore (per l’industria erano 200 ore, per altri settori, che arrivarono più tardi, un po’ meno).

Questa moda della tredicesima piacque molto ai lavoratori e, naturalmente anche ai sindacati. In certi settori produttivi, o anche improduttivi, si arrivò presto alla quattordicesima. Anche per motivi di superstizione: infatti alcuni sindacalisti sostenevano che avere solo tredici mensilità portasse sfortuna ai lavoratori, mentre con quattordici la sorte già migliorava parecchio.

Come la tredicesima serve per comprare i regali di Natale, così la quattordicesima serve per andare al mare in agosto. Entrambe queste mensilità aggiuntive, ebbero un esito fortemente espansivo sui consumi, innescando quelle politiche di spesa e di circolarizzazione del denaro, che da Keynes in poi sono da tutti considerate come la panacea dell’economia.

HANDICAP

Handicap è parola di origine anglosassone, che definisce una posizione di svantaggio. Per l’etimologia esatta, che ha a che fare con parole come “mano” e “cappello”, si prega di far uso di un buon vocabolario etimologico.

Nel diritto del lavoro esistono leggi per favorire l’occupazione dei portatori di handicap.

Una volta si chiamavano invalidi. Oggi si è passati dal termine “Disabile” a quello più delicato di “Diversamente Abile”. Qualcuno utilizza anche la forma contratta “DiversAbile”; quest’ultima forma è utilizzata soprattutto da coloro che sono “diversamente intelligenti”.

MOBBING

Nei difficili tempi in cui viviamo è nato un mostro subdolo e sfuggente: il MOBBING.

Il termine deriva, ovviamente, dall’inglese e significa “assalire in gruppo” o anche “costringere con tumulti”. Infatti in Inghilterra viene chiamata “MOB LAW” una legge che viene emanata in seguito a pressioni del popolo, o della piazza.

Trasferendo il concetto sui luoghi di lavoro, si verifica il mobbing quando un lavoratore viene preso di mira con vessazioni, critiche continue o denigrazioni sul suo operato, allusioni di carattere personale o scherzi pesanti (modello caserma, per intenderci).

Anche il semplice demansionamento (vedi voce), può essere considerato una forma di mobbing, perché demotiva il lavoratore e riduce la sua autostima.

Gli studiosi di questo fenomeno ne hanno individuato tre tipi:

Mobbing orizzontale, praticato fra colleghi più o meno di pari grado. Si manifesta soprattutto nelle aziende che occupano in prevalenza donne. Prima della colonizzazione linguistica inglese era chiamato “rivalità femminile”.

Mobbing verticale discendente, praticato dal capo o dai dirigenti, con l’intento di ottenere le dimissioni del “mobbizzato”.

Per fronteggiare questi due tipi di mobbing può essere d’aiuto leggere il libro di Robert Sutton edito in Italia da Elliot Edizioni SRL nel 2007, con l’esplicito titolo de “Il metodo anti-stro**i ”.

Il terzo tipo di mobbing è molto raro: si tratta del Mobbing verticale ascendente, che viene praticato dai dipendenti nei confronti di titolari, capi reparto o dirigenti troppo pretenziosi o semplicemente antipatici.

Quest’ultimo tipo di mobbing può causare effetti perversi, fino ad arrivare ad una reazione incontrollata di fenomeni mobbizzanti, tipo reazione a catena degli incidenti nucleari. Infatti se il capo super mobbizzato decide di arrendersi, potrebbe chiudere l’azienda. Questo comporta una spiacevole ricaduta su tutti i dipendenti, che non potranno che sentirsi mobbizzati dal licenziamento, che è una forma estrema di mobbing verticale discendente. Sicuramente in questo frangente i dipendenti meno coinvolti nel mobbing verso il loro datore di lavoro, si sentiranno di criticare con forza l’azione mobbizzante dei loro colleghi, innestando un processo di mobbing orizzontale.

Come vedete, gentili lettori, il mobbing può diventare una sorta di cancro, che si ramifica e si espande nel tessuto aziendale, fino a causarne la morte.

Viene però in nostro soccorso una tesi controcorrente, di alcuni studiosi d’avanguardia. Secondo loro il mobbing non esiste nella realtà, ma solo nella fantasia degli avvocati che inventano cause di mobbing per fomentare contenzioso, secondo l’antico adagio “causa che pende, causa che rende”.

NUMERO VERDE

Il numero verde non è propriamente una parola esclusivamente lavorativa, ma è un’insidia che frequenta abitualmente gli ambienti di lavoro.

Quando abbiamo bisogno di confrontarci con qualcuno, per avere informazioni o per verificare una procedura, accade che ci imbattiamo in un terribile Numero Verde.

Lo riconosciamo subito dalla voce: una vocina gentile e imperturbabile, che si offre subito di risolvere ogni nostro problema. Chi, per debolezza o disperazione, non riattacca immediatamente, è perduto.

La vocina del numero verde comincia subito ad informarci sui costi della chiamata. In questo il Numero Verde è precisissimo: costo per ogni secondo di conversazione, scatto alla risposta, dal fisso o dai vari operatori. Intanto che il numero verde parla, il tempo passa e i nostri problemi rimangono, e cresce il dubbio di aver sbagliato a non riattaccare.

Dopo aver sviscerato ogni possibile conseguenza della telefonata sulla bolletta, il numero verde ci chiede di esprimere una preferenza sulla lingua in cui vogliamo parlare: inglese, tedesco, spagnolo, perfino in italiano. Una volta scelta la lingua, finalmente il Numero Verde sembra disposto ad ascoltarci, ma è solo un’illusione. Immediatamente inizia una lunghissima dissertazione sui nostri diritti alla privacy. In effetti non ci eravamo preoccupati di questo aspetto, ma l’implacabile Numero Verde ci tiene ad essere correttissimo: ci informa su come saranno trattati i nostri dati, ci precisa chi è l’incaricato alla loro conservazione, ci rassicura contro ogni possibile abuso. Nel frattempo passano ulteriori preziosi minuti e la soluzione dei nostri problemi si allontana sempre più.

Finalmente si entra nel vivo della conversazione: il Numero Verde ci informa, senza nessuna possibilità di interruzione, su tutte le sedi territoriali in cui possiamo avere informazioni, ci informa sugli orari, sugli sportelli , ci suggerisce di visitare siti internet o di approfondire ogni argomento mandando mail a tutta una serie di indirizzi utilissimi e disponibilissimi. Intanto passa altro tempo, ormai siamo frastornati, non ci ricordiamo nemmeno più il motivo della telefonata, proprio ora che il Numero Verde sta cominciando a fare proposte interessanti: “se desiderate informazioni commerciali premete 1, se volete informazioni sull’uso della rete premete 2, se desiderate parlare con un operatore premete 3”. Ecco, proprio ora che ci propone un operatore, siamo distratti, tentenniamo, rimaniamo col dito sospeso; e subito arriva la voce melliflua del Numero Verde: “scelta sbagliata o non effettuata, si prega di ripetere la selezione”. Subito dopo questo messaggio, quando ci stiamo riprendendo dal torpore, il Numero Verde ci ripete la serie delle scelte possibili. Istintivamente ci scappa la parolaccia, ma il Numero Verde non si offende, si rimette subito a proporci servizi utili e soluzioni facili, basta solo selezionare il numero giusto. Mentre ci ripete ancora una volta, senza nemmeno un’ombra di impazienza, la sequenza delle scelte, restiamo un attimo imbambolati, incerti se insistere ancora o riattaccare con violenza. Il Numero Verde interpreta il nostro silenzio come un appagato epilogo di conversazione e, subito, riprende: “si prega di non riattaccare, stiamo facendo un sondaggio sulla soddisfazione degli utenti. Se è stato soddisfatto dal servizio prema 1, se non è del tutto soddisfatto prema 2 …”. Ormai rassegnati rimaniamo ad ascoltare, sperando che ci proponga il numero da premere per esprimere tutta la rabbia che abbiamo nutrito dentro di noi in questa abbondante mezz’ora di telefonata del tutto inutile, ma il Numero Verde è più furbo, ci offre solo due o tre scelte, poi, senza aspettare oltre, riprende: “scelta errata o non effettuata, arrivederci”. E riattacca. Riattacca lui. Non ci da nemmeno la soddisfazione di sbattergli il telefono in faccia.

PARASUBORDINATI

I parasubordinati hanno raggiunto una diffusione impensabile dopo la legge 342/2000 che ha reinventato i collaboratori coordinati e continuativi. Dopo questa legge il mondo del lavoro non è stato più lo stesso: ovunque si sono diffusi i co.co.co. successivamente evoluti in co.co.pro. Ovunque si stipulavano contratti di partecipazione e/o cointeressenza, i pensionati divennero tutti collaboratori o consulenti; nella confusione generale sono sorte figure mostruose, come i lavoratori occasionali in via continuativa, i dipendenti disponibili senza obbligo di disponibilità, i lavoratori autonomi etorodiretti: insomma una babele di contratti non riconducibili a nessuna delle tradizionali categorie. Finalmente tutti questi strani lavoratori sono stati catalogati sotto un’unica etichetta: lavoratori parasubordinati.

A onor del vero c’è ancora in giro qualche ispettore che non si è accorto di niente e continua a dire: “Tertius non datur”, come i giapponesi nella giungla che negli anni ’50 del secolo passato, continuavano la loro personale guerra contro gli americani, del tutto ignari della direzione che aveva preso la Storia.

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